ARTE & CULTURA

Rocco Marra ci racconta Senza Fiato, un film tutto casertano

Roma è ormai considerata la culla del cinema italiano, sia da un punto di vista storico che contemporaneo. Ma se è vero che proprio a Roma sono ambientati film che hanno fatto la storia del cinema, e che nella capitale si concentra la stragrande maggioranza delle produzioni attuali, è pur vero che la nostra città non è affatto priva di talenti dediti alla settima arte. È stato infatti recentemente presentato, ed è attualmente in programmazione in sale sparse per tutta la penisola, Senza Fiato, un’opera casertana a tutto tondo. Basato sulla sceneggiatura di Pier Francesco Corona, il film è stato diretto da Raffaele Verzillo con la fotografia di Rocco Marra.

Francesca Neri

Senza Fiato racconta la crisi, la crisi esistenziale, economica, personale: chi non riesce a trovare un lavoro, chi una cura, chi una ragione per continuare a vivere. Raffaele Verzillo però non si abbandona ai pietismi, ma pare lasciare emergere una vena di resistenza, una possibilità di risalita. Nel cast Francesca Neri è l’unica non campana, affiancata da Fortunato Cerlino, Antonio Friello, Antonio Milo, Antonia Truppo, Chiara Baffi, Giuliana Vigogna e Nicola Di Pinto.

Il film casertano ma universale

Anche la troupe è interamente meridionale, così come le location scelte per girare il film. Ne abbiamo parlato con Rocco Marra, Direttore della Fotografia di Senza Fiato. Egli è napoletano di nascita ma casertano di adozione. Da cinque anni vive nella nostra città con la moglie ed i figli, tutti e tre casertani doc. Quello che ci dice subito è di essere contento di essere diventato casertano, poiché la nostra è una cittadina pacata, a misura d’uomo. Marra ha iniziato a lavorare nel cinema nel 1998, dopo essersi diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia. Cresciuto professionalmente a Roma, ora insegna all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna.

Veduta notturna di Capua

Il film, come si diceva, è stato interamente girato in zona. Sono stati scelti alcuni paesi della provincia come Capua e Santa Maria Capua Vetere, oltre al capoluogo casertano: «il regista è di Santa Maria Capua Vetere, quindi conosce il territorio ed ha voluto valorizzarlo – ci spiega Rocco – ma la storia si sarebbe potuta ambientare in qualsiasi parte del mondo. È un film di provincia, questo sì, ma non è localizzato, le crisi colpiscono in ogni parte del mondo».

La scelta dei professionisti locali

Marra continua spiegandoci che assumere persone del luogo è stata un’esigenza produttiva ma anche una volontà giusta e vincente da un punto di vista creativo. Il fatto di parlare la stessa lingua, secondo il direttore della fotografia, ha facilitato molto le relazioni sul set. La cosa ha di conseguenza favorito l’affiatamento del gruppo di lavoro, con effetti positivi sul lavoro stesso. Ovviamente, a parte la vicinanza culturale, si trattava di un gruppo composto interamente da professionisti validi.

Troupe cinematografica

«Penso che si debbano prendere professionisti locali» ha aggiunto Rocco. «Si fa tanto per promuovere il cinema al sud, ma poi le produzioni vengono a girare qui da altre zone portando con sè le proprie maestranze. Invece bisognerebbe spingere, soprattutto le istituzioni dovrebbero farlo, ad assumere professionisti del luogo. Qualcosa si sta facendo, ci sono delle realtà produttive importanti (soprattutto a Napoli), ma si dovrebbe creare un circuito produttivo. Dovremmo essere soprattutto noi a valorizzare il nostro cinema e soprattutto le nostre persone, perché poi il cinema lo fanno le persone».

Il vuoto: Rocco Marra ci spiega il bianco e nero

Naturalmente non potevamo non chiedere al direttore della fotografia il perché della scelta di girare il film interamente in bianco e nero: «Il titolo originale era Il vuoto, perché si parla del vuoto dell’anima, di questi personaggi che hanno una crisi interiore dovuta però a circostanze esterne. Dovevamo quindi andare a sottrarre qualsiasi cosa, proprio per rendere questo vuoto non solo a livello narrativo ma anche e soprattutto dell’immagine stessa. Il regista ha voluto asciugare tutto, essere scarno (ovvero essenziale, non povero) in ogni settore, nella scenografia, i costumi… di conseguenza abbiamo sottratto anche il colore. Abbiamo curato molto anche le inquadrature da questo punto di vista, abbiamo sempre composto in modo scomposto, proprio per far sentire, per far vedere questo vuoto agli spettatori».

L'episodio raccontato da Rocco

Quando gli chiediamo di raccontarci un episodio accaduto durante le riprese, Rocco non ha dubbi. Torna  immediatamente con la mente ad una scena girata in un campo di volo nella zona di Caiazzo. La troupe vi si recò alle 5:30 di un mattino di febbraio. Il tempo era talmente uggioso che il sole arrivò soltanto intorno a mezzogiorno. «Dopo dieci minuti eravamo praticamente congelati: ci siamo legati dei pezzi di legno sotto le scarpe per non essere a contatto diretto col terreno che era ghiacciato».

Rocco e il cinema da imparare

Abbiamo chiesto a Rocco anche cosa ne pensa dell’avvento del digitale e delle abilità necessarie per fare cinema: «Il cinema si deve studiare – ci ha detto – ormai è un’arte abbastanza complessa. Si è evoluto il circuito produttivo ma si è evoluto anche il pubblico cinematografico. C’è bisogno di sapere. Prima la dinamica formativa era diversa, si faceva molta più gavetta. Adesso c’è la possibilità di fare meno gavetta col vantaggio che si riesce ad arrivare prima. Lo svantaggio però è che si arriva prima impreparati. Invece il cinema è una lingua, una forma d’arte, ha una struttura complessa».

Studiare il cinema

«Se immaginiamo il cinema come una casa possiamo pensare alla differenza tra un muratore e un ingegnere: il muratore può riuscire a costruire la casa da solo, ma andrà avanti per tentativi, rischierà di fallire più e più volte prima che l’edificio si regga. L’ingegnere ha invece le conoscenze per elaborare un progetto in base al quale la casa risulterà solida. Ed è questo che bisognerebbe fare, riuscire ad avere le competenze per saper realizzare quello che di volta in volta la storia richiede».

Il digitale e le immagini giuste

La diffusione a macchia d’olio degli strumenti digitali è poi, secondo il nostro interlocutore, sia un bene che un male: «non esiste la luce senza l’ombra. Di certo il vantaggio è che chiunque può creare immagini e usufruirne. Usufruirne in qualche modo ti educa, ma ci può essere un’educazione alla criminalità e un’educazione all’etica. Rispetto al cinema in particolare bisogna capire qual è l’immagine giusta. Non esiste un’immagine bella o brutta, ma l’immagine giusta per la storia che andiamo a raccontare. Il cinema è storia, racconta delle storie, quindi dobbiamo fare sempre i conti con questo, dobbiamo essere attaccati alla storia per realizzare l’immagine corretta».

Rocco Marra: l'immagine giusta

In ultima battuta Rocco ci confessa di essere diventato amico del regista e di sentirlo spesso: «ne abbiamo di progetti per il futuro, speriamo che si concretizzino presto». Lo speriamo anche noi, che nel salutarlo ci raccomandiamo di tenerci aggiornati… stay tuned!

Mariarosaria Clemente

Autore: Mariarosaria Clemente

La mia passione è raccontare storie. Ho iniziato a scrivere da piccolissima, poco dopo è nato il mio amore per il cinema ed ho ricevuto la prima macchina fotografica. Parole e immagini, coltivo tutto ciò che mi aiuta a costruire mondi

Rocco Marra ci racconta Senza Fiato, un film tutto casertano ultima modifica: 2017-10-27T09:00:48+00:00 da Mariarosaria Clemente

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