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Falerno del Massico: il vino degli imperatori fra storia e leggenda

Brioso, corposo, sofisticato: sono caratteristiche del Falerno, forse il vino campano più famoso al mondo. Ma dove nasce? È prodotto tipico dell’Ager Falernus, fetta di terra ai piedi del monte Massico che comprende i comuni di Mondragone, Falciano del Massico e Carinola. Un vino nato da una leggenda, cantato da molti poeti dell’antichità, tramandataci di generazione in generazione, tale da esser stato il primo vino nel mondo ad aver avuto la denominazione DOC.

La leggenda di Falernus e dio Bacco

 Silio Italico“Bacco, sotto mentite spoglie, chiese ospitalità al vecchio Falerno; commosso dalla sua generosità fece nascere sulle pendici del Monte Massico viti lussureggianti”.

La storia di questo pregiato vino sconfina nel mondo dell’Olimpo ed è circondata da un’aura di misticità, sullo sfondo della guerra fra Roma e Cartagine. Siamo all’incirca nel 212-211 a.C., le truppe cartaginesi si sono stanziate a Capua in attesa di rinforzi da Cartagine. Annibale, spazientito dalla condotta di Fabio Massimo (il Temporeggiatore) comandante delle legioni romane, sta mettendo a ferro e fuoco l’Ager Falernus. Da astuto stratega, decide di risparmiare dal saccheggio proprio un piccolo podere che Fabio Massimo possedeva nel Massico. Ed è in questo punto della storia che Silio Italico, scrittore latino di Punica, il più grande poema sulle guerre puniche, narra della leggenda.

Una statua rappresentativa il dio Bacco

Il dio Bacco è in viaggio per l’Occidente quando, stanco ed affamato, bussa alla porta di un vecchio contadino del Massico, proprio nel podere di Fabio Massimo. L’agricoltore di nome Falernus, entusiasta e ben cordiale, mette totalmente a suo agio lo sconosciuto visitatore (ignaro sopratutto della sua divinità) offrendogli quanto possibile: frutti dell’orto, latte, favi di miele, pane. Bacco, commosso e soddisfatto da tanta generosità, premia il contadino trasformando tutto il latte contenuto nelle tazze e nei recipienti da mungitura in vino, rivelando infine la propria natura. Il racconto si conclude con la divertente immagine del vecchietto felice e ossequioso, che barcolla in preda ai fumi dell’alcool prima di cadere in un sonno profondo. L’indomani lo stesso Bacco trasformerà poi tutto il declivio del monte Massico in un florido vigneto.

Vinum Falernum all’epoca di Roma

Dal sapore molto forte, colore ambrato e bruno, raccomandato con ben 10 anni d’invecchiamento, il Falerno fu apprezzato in ogni dove, sia da solo, che accompagnato dalla mirra che ne esaltava il sapore. Un vino costantemente presente ai banchetti imperiali, tanto da meritarsi l’appellativo di vino degli imperatori.

La nascita del vino Falerno può essere fissata negli ultimi anni del III secolo a.C. Ma solo nella seconda metà del II secolo a.C. il Falerno divenne un prodotto di qualità, grazie alle nuove tecniche enologiche dei romani elaborate dopo la sconfitta di Cartagine. Ed in poco tempo diventò il vino più amato dai romani. In origine, infatti, gli haustores (gli antichi sommeliers) al primo posto vi posizionavano il Caecubus (prodotto nella zona di Latina). Successivamente, a causa delle mutate condizioni climatiche, il Caecubus non si produsse più, ed il Falerno divenne il vino più amato dai Romani.

Talmente pregiato che nel tempo divenne un segno di distinzione sociale. In una scritta ritrovata a Pompei, incisa sul muro di una taberna, sono ancora visibili i prezzi di un bicchiere di Falerno, visibilmente costosi per l’epoca.

Iscrizione sulle mura di una taverna di Pompei. Foto presa da Le bellezze del Massico

«Edoné fa sapere: qui si beve per 1 asse; se ne paghi 2, berrai un vino migliore; con 4, avrai vino Falerno»

Inoltre, vi era un determinato modo di servire il Falerno, differenziandolo da altri vini poco pregiati che invece venivano travasati. Esso veniva versato in anfore a doppia ansa chiamate seriae, con una punta che si conficcava nel pavimento. Potevano contenere dai 180 a 300 litri ed erano impermeabili.

Le antiche anfore romane

Infine il Falerno, insieme ad altri vini, era festeggiato in due occasioni: i Liberalia del 17 marzo per celebrare il dio Libero-Bacco, ed i Vinalia, festa del 19 agosto per propiziare la vendemmia.

Falernum: vino per soli uomini

Il Falerno non era un vino per tutti. Esso infatti non era concesso alle persone di classe sociale inferiore e nemmeno alle donne. Ma se per la plebe era una cosa normale (difficile permettersi un bicchiere di Falerno), perché non al gentil sesso? Nell’antica Roma la donna doveva rispettare alcuni divieti. Uno di questi era quello di non bere vino, in quanto avrebbe potuto lasciarsi andare, parlare troppo, screditare il marito o addirittura compiere tradimento. E per controllare se ella avesse rispettato o meno questa legge, i romani si avvalevano dello ius osculi, ovvero il diritto di baciare la donna di casa. Qualora il sapore delle labbra avesse avuto quello del vino, era prevista una dura punizione: morire a bastonate o di fame rinchiusa per sempre nella propria abitazione. Una pena decisamente eccessiva.

Rappresentazione di un banchetto romano.

Declino del Falernum

Il vino, così come tutto l’Impero Romano, entrò in una fase di profondo declino. Delle sue qualità, a partire dal V secolo d.C., non se ne parlò quasi più. La leggenda di Bacco svanì nel nulla, ripresa solo in qualche testo riguardante la storia di Napoli. Con l’avvento dei Borbone ci fu poi una rinascita, culminata nella prima metà del XIX secolo.

Danni causati dal parassita della filossera. Credits Ricca Gioia

Furono fatti imponenti lavori di bonifica e rilancio di tutta l’agricoltura campana anche se, inspiegabilmente, ben pochi produttori seppero approfittare commercialmente del grande fascino storico e mitologico del nome Falerno. Tuttavia, nello stesso secolo, l’intero mondo dei vini fu vittima della devastazione causata dalla filossera. Il parassita di origini americane, dal colore giallo, capace di riprodursi senza accoppiarsi, distrusse circa il 95% dei vitigni, condannando nuovamente il Falerno all’oblio per molti anni.

Il Falerno oggi

Se oggi abbiamo modo di poter assaggiare il Falerno, è solo grazie al lavoro di Francesco Paolo Avallone. Avvocato e cultore di vini, coadiuvato dall’Università di Agraria di Napoli, riuscì a individuare le viti che un tempo davano vita al Falerno. Si trattava di pochi ceppi sopravvissuti miracolosamente alla devastazione della filossera di fine Ottocento. Aiutato da pochissimi contadini locali, ripiantò i vitigni proprio lì dove un tempo prosperavano, fondando poco dopo, l’azienda agricola vitivinicola Villa Matilde. Attualmente l’azienda è gestita dai figli e, dopo diverse vendemmie, è stata in grado di riportare il Falerno sulle nostre tavole.

Vitigni nella regione doc del Falerno.

L’attuale Falerno, primo vino mondiale ad aver ricevuto nel 1989 la denominazione DOC (denominazione, utilizzata in enologia, che certifica la zona di provenienza delle uva utilizzate per il prodotto), è considerato un vero e proprio vanto della nostra terra.

Come gustare il Falerno

Attualmente se ne producono tre tipologie, fra cui una di vino bianco. Vediamo quali sono e con quali pietanze è consigliato assaggiarlo.

  • Falerno del Massico Bianco. Ideale da servire  a 8-10°C, ha un bel colore paglierino, molto luminoso. Al naso ricorda i frutti caldi, come l’ananas e la banana, oltre alla pera o pesca gialla. Tra i profumi floreali, la ginestra vaniglia e note di salvia. È l’ideale per accompagnare pasti semplici, in grado di non sopraffare  l’aroma del vino. Si consiglia con frutti di mare, specialmente crudi ma è anche indicato per piatti tipici campani quali la pizza o la mozzarella.
  • Il Falerno del Massico Rosso, servito a 18°C, si caratterizza per un profondo, intenso colore rosso rubino. Al naso, distinti i profumi di frutta a bacca nera, frutti di bosco, viola, odori molto speziati. Consigliato con piatti semplici quali arrosti di carni rosse, selvaggine da pelo cotta su braci o spiedi.
  •  Falerno del Massico Primitivo. servito a 18°C. presenta un colore rosso rubino, ancora più profondo ed intenso. I profumi diventano ancora più scuri con evidenti note di cioccolato. Accompagna anch’esso piatti non elaborati come carni rosse e selvaggine da pelo, cotte su braci e spiedi.

Rappresentazione di una cena con Bacco

Come dire, non sentite Bacco che v’invita a gustare un bicchiere di Falerno con lui? Io non lo farei aspettare. Cin Cin!

Giulia Gelsomino

Autore: Giulia Gelsomino

Inseguitrice poco atletica di chimere, laureata in Giurisprudenza, leggo il mondo e scrivo baggianate per passione, mangio cioccolata e ingurgito serie tv. Nei miei rari contatti con la realtà, scatto foto e racconto della Caserta che amo.
In attesa di accalappiare la chimera giusta, sia chiaro.

Falerno del Massico: il vino degli imperatori fra storia e leggenda ultima modifica: 2018-03-05T19:30:31+00:00 da Giulia Gelsomino

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